Intervista con Isabella Santacroce (versione italiana)

Isabella Santacroce. Foto: Monica Silva

Foto: Monica Silva

Intervista di Paul Iancu (traduzione: Mirela Munteanu)

„Io amo Amore, quel paese piccolo, senza finestre, chi mi ha ucciso”. Che cos’è per te l’amore?
L’amore è per me apparizione, miracolo. Ma anche dolore e morte. Rispondo così, anche se trovare una risposta non sciocca è difficile. Emily Dickinson ha scritto “che l’amore sia tutto, è tutto ciò che sappiamo”. Io so che cerco l’amore sempre, e che non c’è niente che più amo. Faccio tutto per amore. In suo nome. Più che una risposta, è una mia verità.

La religione è uno dei motivi ricorrenti della tua recentemente chiusa trilogia „Desdemona Undicesima”, ma spesso gli elementi religiosi appaiono „capovolti” o combinati con elementi gnostici o neoplatonici. Qual è il tuo rapporto con la religione, come la vedi?
Non so quale sia il mio rapporto con la religione. E’ la religione a sapere che rapporto ha con me. Ho però un rapporto religioso con la scrittura. Per questo ho detto che Dio è mio marito. Così come lo è per una suora, una monaca. Mi definisco una scrittrice di clausura. So di avere con Dio un rapporto importante. Da sempre. Sacra è per me la mia scrittura, perché da lui abitata. Sento la sua presenza, e di questo non mi chiedo spiegazioni. E’ faticoso per me rispondere alle domande di un’intervista. Credo un giorno non risponderò più a nessuna intervista. E non per snobismo. Tutte le mie risposte più giuste sono presenti nei miei libri.

E’ una maledizione o una benedizione avere un nome come Santacroce? Si può dire che sei una „Santacroce Capovolta”?
Penso al mio cognome come un cerchio. Seppure capovolto nulla cambia. Un cerchio capace di scivolare velocemente dalla mano di un santo a quella di un peccatore. Mi rivedo nella dimensione del sacro pensata da Bataille, ovvero quella degli estremi. Dove santo e peccatore sono uniti dal loro essere fuori dalle vie di mezzo, figurando come sovversivi.

Se Desdemona è definita „un satanico Dio, un celestiale Demonio” e per Lulù Delacroix la „Santa Messa” ha un significato speciale, Amorino è uno spirito. Tra i personaggi della trilogia e quelli della Trinità vi è un parallelo intenzionale?
Sì, sei l’unico ad aver notato questo. Grazie.

Spesso hai indossato la stella di Davide, ma hai indossato anche la svastica durante un evento, anni fa. Credi nella possibilità di demitizzare i simboli attraverso l’arte? O la gente è troppo sensibile agli stereotipi?
Uso la stella di David da tanti anni, e quando firmo i miei libri la disegno sopra il mio nome. Forse è il dolore a unirci. Forse è altro appartenente a una vita da me vissuta. So solo che a diciotto anni sono andata da un orafo perché mi creasse un anello con la stella di David, che ancora spesso indosso. Ho trovato ridicolo accusarmi di apologia del nazismo perché durante una mia performance indossavo una svastica. L’apologia del nazismo io la vedo in altro, anche in chi mangia carne, pur sapendo che l’animale che sta mangiando è stato rinchiuso in un campo di concentramento e ucciso. C’è tanta ipocrisia, menefreghismo, vigliaccheria, e crudeltà travestita da consuetudine. Credo sia possibile demitizzare tutto, ma rimane solamente un gioco da illusionisti.

Per soddisfare i critici, uno scrittore deve essere originale… ma non troppo. Che pensi di questo „letto di Procuste” del mondo letterario contemporaneo?
Vivo da anni in esilio. Boicottaggio e ostracismo mi sono donati dalla critica letteraria e dei mass media con generosità. Viene tutelata ed esaltata la mediocrità, perché non infastidisce nessuno. Perché rassicurante. Non è semplicissimo sopportare tanta disonestà. Non devo soddisfare i critici e neppure me stessa, la letteratura però sì, la letteratura voglio soddisfarla, voglio che sia fiera di me.

Nei tuoi libri spesso ricorri alla pornografia, senza evitare parole o immagini „vietate ai minorenni”. Non hai paura che qualche lettore rimanga aggrappato a questa “étiquette” perdendo la vera essenza dei libri, mentre altri lettori possano perdere il messaggio perchè sono troppo “puritani”?
Non è pornografia, è semplicemente sesso. E non in tutti è presente. In v.m.18 non c’è sesso, è altro, è atrocità eccitante, sensualità sanguinaria, liturgia orgiastica. In Lulù Delacroix il sesso è del tutto inesistente. In Zoo quasi inesistente. Così in Fluo e in Dark Demonia. In Amorino c’è erotismo nero, spiritico. La letteratura mai è volgare, lo è la narrativa invece, anche quando racconta un bacio. Non scrivo preoccupandomi di non essere compresa, non mi interessa neppure comprendere me stessa.

Spesso hai detto che c’è una grande differenza tra la vita e la realtà. Puoi spiegare?
La differenza tra vita e realtà somiglia a quella esistente tra letteratura e narrativa, o tra sangue e plastica, o tra un campo di concentramento e una festa di carnevale.

Hai un gruppo di fan davvero fedeli, cosa ci puoi dire della performance collettiva „Cerbiatti Rivoltosi” di due anni fa? Te l’aspettavi un livello di partecipazione così grande da loro? Vorresti ripetere l’esperienza?
In quei giorni di natale, tra marionette che acquistavano regali, sono arrivati i cerbiatti rivoltosi. Liberi in tanta prigionia natalizia, voluta non di certo da Dio. Le città d’Italia sono diventate i loro boschi. Non immaginavo una partecipazione tanto grande, e forse i cerbiatti ritorneranno.

„Luminal” è dedicato a 32 personalità, e fra loro hai incluso il poeta Paul Celan, nato in Romania. Che cosa ti ha fatto decidere di nominarlo?
Amo tantissimo Alexander Bălănescu, ascoltando i suoi violini o scritto tanto. E poi amo Maria Tănase. Nel poeta Celan c’ è il suono del violino di Bălănescu e la voce della Tănase.

Hai annunciato recentemente un progetto speciale: un audiolibro „Luminal”, letto da te stessa. A che punto sei? Cosa ci puoi dire dei pezzi che fanno da sfondo audio, sono stati composti appositamente per questo progetto? Puoi darci qualche nome degli autori?
Stiamo ultimando di registrare la mia voce e i cori. Jessica Hyde ha creato la musica per questo cd, una colonna sonora composta da sessantacinque brani, ognuno dei quali studiato appositamente sulle parole del libro. Un lavoro gigantesco, due anni di lavoro solo per la musica. Sarà un doppio cd.

Restando nell’area musicale, „Inno” (recentemente pubblicato) è il quinto album di Gianna Nannini al quale hai collaborato con testi, dopo „Aria”, „Grazie”, „Giannadream” e „Io e te”. Parlaci di questa collaborazione: com’è cominciata? Chi sceglie il tema dei testi?
I temi spesso li scegliamo insieme. Ci siamo incontrare una notte a Milano, e dal qual momento ha avuto inizio la nostra collaborazione. Lei allora aveva letto Luminal, trovando molto musicale il mio modo di scrivere.

La musica è una costante nel tuo lavoro e nella tua vita: l’ascolti quando scrivi, la condividi con i tuoi fan/amici su Facebook, persino le parole dei tuoi libri le scegli per la loro musicalità. Quanto è importante la musica per te?
Molto importante. So usarla bene e in diversi modi. La musica è una chiave, in grado di aprire porte. Scelgo la musica che mi serve. Creo colonne sonore per ogni libro, solo per Zoo è stata il silenzio. Per Amorino ho ascoltato musica potente, a volte spaventosa, come ad esempio Abstract dei Frozenthia Depresis, ascoltata in loop, devastante. Soprattutto se ascoltata come l’ho ascoltata io, di notte, nel buio di una mansarda, scrivendo un libro che è stato da me vissuto come una vera seduta spiritica di cui per due anni sono stata la medium. Credo che chi ha letto Amorino di questo si sia accorto.

Hai già deciso il tema del prossimo libro? Che cosa ci puoi dire in proposito?
Che la protagonista si chiama Dorothy. che è colmo di poesia, che sto scrivendo questo libro con le cuffie e la musica altissima, molti violini, e tantissimo amore.

Sulla tua pagina Facebook c’è scritto che parli la lingua rumena. Quando e come hai imparato questa lingua?
Non la parlo, ma mi piacerebbe. Spesso penso che un giorno verrò a vivere in Romania. La Romania ha per me un colore, è un viola denso, sacro.

In un’intervista hai detto che ti piacerebbe che ti sia fatta la domanda: „Mi ami?” Da cosa può dipendere la tua risposta?
Risponderei “sì” se a chiedermelo è una persona sconosciuta che non incontrerò mai.

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